Torano la Notte
Torano, là dove inizia la Toscana. Popolo di marmisti, fra i massi che precipitano lungo la montagna per staccare, di netto, nuovi blocchi.
Nulla turba il rumore del pennello sui fogli.
L’estate arriva con il suo carico di calore. Le carte hanno sete. Bisogna abbeverarle.
Si installa la notte in pieno mezzogiorno. Il pennello si scaglia nell’inchiostro. Scivola, si agita. La linea tracciata è lì, non c’è tempo per la riflessione, lui lo sa.
Uscire, lasciarle al sole qualche istante affinché si asciughino e tornare al dialogo. Fissare le sismografie della mano. Non ci sono pentimenti.
Cammino tante volte percoso con altri materiali, che si crede già tracciato per sempre nelle risaie essiccate. Ma la carta non si lascia cogliere dalla sorpresa. Beve a sazietà, non tollera le “giapponeserie”. E disposta a piegare il capo. Null’altro. Il resto bisogna darglielo. Altre volte si è visto I loro va e vieni, Tokyo-Torano – Tokyo-Parigi, affinché le incollino a un supporto lievemente più rigido, affinché la linea arrivi alla sua giusta tensione. Poiché non posso più portare le mie camicie alla perfida Albione per farle inamidare, devo consolarmi mandando al “maître maroufleur” le carte, e tornano come se le avessero stirate.
La sera, il ruscello che fiancheggia la casa, il Pizzutello, gargarizza i suoi ultimi fili d’acqua come una eco (istinto gregario delle ombre). Strati di acquarello, velature che seguono il contorno della luce nella penombra dei tendaggi. I pipistrelli ritornano alle loro agapi di insetti. Tutto recupera la calma.
Notte breve. Scendo all’atelier per cancellare l’insonnia. Rileggere la giornata durante la quale mi è bastato accumulare i gesti. Staccare, stendere al suolo le venature marmoree nelle quali tante volte ho letto immagini impazzite, ipnotizzate, come sulle pareti screpolate di altri tempi.
In mancanza di fogli vergini, prova con la tempera sui tratti non riusciti. Si bevono il nero, ma sorpresa… anche il color!
Quel colore sordo e muto, che si modella sul supporto dove le stratificazioni dei pentimenti restano sospese come indumenti a un filo.
Si allineano le prede acquatiche, dame dal bel piumaggio, callipigie, seni di papaya, scene di carnevale, meriggio a Guatebuena, titoli lanciati al volo come confetti ad un battesimo: bisogna dar loro un nome per ricordarle.
Tendere, riannodare il dialogo e accarezzarle con “i miei pennelli dai capelli bianchi”.
Progenitura arrotolata nel mio feltro blu, pronta al viaggio, non so dove…
E il mattino, il forno del panificio profuma il villaggio del suo pane, il gallo dell’olfatto risveglia i dormienti.
Torano, estate 1994
Tradotto dal Francese
da Ernesto Franco
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